La crisi dei giornali serve a illuminare il futuro

Pubblicato: 11 dicembre 2010 in Editoria, Media, Sociologia

Judith Bernstein, Are You Running With Me Jesus?, 1967 - Tratta da Luuk Magazine

Faccio qui ciò che potrei fare su Tumblr: trascrivo alcuni stralci di un articolo di Gianluigi Ricuperati pubblicato sulla Domenica del Sole 24ore del 24 ottobre sulla mostra The last newspaper, in corso fino al 9 gennaio 2011 al New Museum di New York. Continuo a riflettere sull’importanza dei contenuti rispetto all’emotional publishing o alla convinzione che va diffondendosi che l’approdo al digitale mobile debba comportare un impatto prevalente della grafica e del design rispetto ai contenuti testuali. Sono d’accordo con Ricuperati quando scrive:

E’ ormai un luogo comune che i giornali siano in crisi. Ma le crisi sono anche uno scherzo ottico che consente di vedere davanti e dietro allo stesso tempo, e illuminare ciò che sembrava già assai chiaro, e mettere in stato di evidenza le zone di cui non avevamo mai avuto cura.
(…) Non ci sarà mai un ultimo quotidiano. La rete, o gli spazi urbani, o finanche le più futuribili piattaforme dell’editoria di domani dovranno essere soprattutto mezzi e non messaggi.

Anche il resto è importante, non solo da un punto di vista filosofico:

I giornali sono una specie di tutto. Sono una specie del tutto. Sono una specie del tutto a rischio – e non parlo solo del fatidico passaggio fra carta e bit, né del calo degli investimenti pubblicitari o altro. Parlo della destinazione d’uso profonda dei giornali, che è la totalità dei viventi in un certo contesto linguistico/geografico e in un dato tempo. Il bello di scrivere su un giornale generalista è che quel breve sacco di informazioni tipografate e sistemate sotto i tuoi occhi non sono mai solo per i tuoi occhi.
(…) La dicotomia fra rete e giornali per alcuni potrà potrà vedere perdenti i secondi e vincente la prima, ma quando si tratta di convertire l’energia in materia concettuale – storie, idee, cose da dire e da pensare – i giornali si rivelano tuttora una necessità epistemologica, ancor prima che civile e culturale: al loro meglio, i giornali sono poeti collettivi e anonimi che cantano il rispetto dovuto a ciò che esiste. Fanno sì che una cosa non muti senza una ragione in un’altra.

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