L'emozionante vita da scrittore di Dave Eggers

Pubblicato: 15 dicembre 2010 in Letteratura

Immagine tratta da Bibliokept

Ho chiacchierato via mail per un quarto d’ora con Richard Nash, in attesa che lui rispondesse alle domande per un’intervista che gli ho inviato qualche giorno fa. Avrei dovuto incontrarlo a New York il pomeriggio del 7 dicembre, ma a causa di un’infiammazione all’appendice non sono più partito per gli Stati Uniti. Richard è stato cortese ad accogliere ugualmente l’invito a rispondere ad alcune domande in vista della sua partecipazione a If Book Then, ma anche lui ha avuto nel frattempo qualche problema, lasciando inevase le mie questioni. Stasera mi ha scritto:

We started user-testing today, my kid got stomach flu, then my wife got stomach flu so it’s been fuckin nuts around here.

Non credo di aver rivelato nulla di particolarmente privato sulla vita di Nash, piuttosto la premessa mi consente di ragionare ancora un po’ su quello che accade nel retrobottega dei processi di scrittura, sulle persone e sugli intelletti che stanno dietro un libro o un giornale, sulla loro umanità. E in generale per enfatizzare, ove ce ne fosse bisogno, l’importanza del contenuto testuale rispetto alla parte emotiva puramente grafica di un oggetto editoriale. Perché, subito dopo aver aggiunto a quelle che gli avevo già inviato una domanda su quali test stia conducendo per verificare l’efficacia del suo progetto Red Lemonade, ho letto quanto ha scritto Dave Eggers sulla Washington Post di lunedì a proposito della writing life, la vita da scrittore. Eggers parla del luogo in cui scrive (una rimessa nel cortile della sua casa di San Francisco, di fronte a una finestra protetta da una vecchia tenda grigia che scherma i raggi del sole), dove trascorre sette o ore al giorno cercando di scrivere.

Most of that time is spent stalling, which means that for every seven or eight hours I spend pretending to write – sitting in the writing position, looking at a screen – I get, on average, one hour of actual work done. It’s a terrible, unconscionable ratio.

Ma soprattutto descrive l’effetto emozionante che gli provocano alcuni suoi allievi del corso di scrittura per ragazzi dai 6 ai 18 anni dell’826 Valencia quando si innamorano di un testo. Gabby, per esempio, che arriva a scuola ogni settimana in metropolitana da East Oakland dopo un viaggio di un’ora, commentando un racconto di una tale Anjali Sachdeva teneva stretta sul cuore la rivista sulla quale era stato pubblicato:

When you spend eight hours in a shed to get a few hundred words down, you need every bit of inspiration you can get. And the best place to find inspiration, for me at least, is to see the effect of great writing on the young. Their reactions can be hard to predict, and they’re always brutally honest, but when they love something, their enthusiasm is completely without guile, utterly without cynicism. And I thought, okay, the writing life – damn that phrase – it doesn’t have to be romantic. It can be workmanlike, it can be a grind, and it can take years to make anything of any value. But if, at the end of it all, there’s a Gabby who holds the words to her heart and rides the subway through the night, back to Oakland, thinking of what those words on a page did to her, then the work is worth doing.

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