Nash: Cursor e il futuro dell’editoria / 1

Pubblicato: 9 gennaio 2011 in E-book, Editoria, Mercato

Ecco l’intervista con Richard Nash, fondatore e Ceo di Cursor, uno dei più importanti e visionari editori indipendenti americani. Il dialogo si è sviluppato via mail negli ultimi giorni di dicembre, dopo che Richard ha dato conferma della sua partecipazione al convegno If Book Then (Milano, Nhow Hotel in via Tortona 35, 3 dicembre). Divido il testo in due post.

Hai definito Cursor una social publishing community. Che cosa significa per gli autori e, soprattutto, per i lettori? I lettori potranno diventare i critici letterari dei prossimi decenni?

Prima di tutto, un chiarimento. Cursor è il nome della società e della piattaforma, ma non delle community. Per capirci, Cursor è una piattaforma simile a Ning o WordPress. In questi giorni, per testare la piattaforma, stiamo lanciando al suo interno delle community pilota. La prima si chiama Red Lemonade e credo che possa trasformare l’esperienza di scrittura più che quella di lettura, sebbene alla lunga migliorerà decisamente le cose tanto per l’una quanto per l’altra. Sono profondamente convinto che non si dovrebbe fare una differenza così netta tra autori e lettori: chiunque di noi può scrivere, esattamente come chiunque può dare un calcio a un pallone. Il fatto che non si sia tutti scrittori professionisti non vuol dire che, in alcuni momenti della giornata, non si possa essere scrittori. Le persone che scriveranno recensioni di romanzi saranno molto più numerose di quante scriveranno romanzi, o se anche loro scriveranno romanzi, il pubblico naturale delle loro opere potrà essere solo di cinquanta o cento lettori. Per continuare a usare una metafora calcistica, molta gente si allena per centinaia di ore all’anno per giocare in campionati amatoriali nei quali la quasi totalità degli spettatori è composta da amici e parenti. Dunque, a me interessa una comunità più ampia che comprenda un gran numero di scrittori e di lettori, nella quale siano riconosciuti diversi livelli di impegno, di talento e di professionalità. La chiave, secondo me, è avere molte comunità organizzate in questo modo, così che la gente possa trovare quella giusta per il proprio stile e il proprio gusto.

Che cosa diventeranno gli editori nel panorama digitale che si sta formando: talent scout, intermediari o semplici nodi di una rete?

Potenzialmente tutte e tre le cose. Non so esattamente a che punto si troverà l’equilibrio. Un mercato puro e semplice è possibile, ma siamo ancora lontani dal raggiungerlo. Rendere automatica la giusta combinazione tra libri e lettori è immensamente complesso, molto più di quanto accada con le canzoni (che sono così brevi) e con i film (il cui numero è decisamente inferiore a quello dei libri). Ma è anche vero, lo ammetto francamente, che gli editori sono sempre stati terribili come talent scout. E’ così per la maggior parte delle media company. Produciamo sequel senza fine e libri diversi ma identici (me-too books nell’originale, nota mia), ricicliamo senza vergogna, lasciamo che alcuni libri importanti si perdano tra le pieghe, e poi riandando con il pensiero a quelli che 25 anni fa vincevano i premi, li scherniamo e ci chiediamo che cosa stessero pensando. Credo che continueremo tutti a provarci, fa parte della cultura: facciamo elenchi, scegliamo vincitori e sconfitti, ciò che piace e che non piace, questa è la cultura. Dunque, sì, saremo degli intermediari che utilizzeranno gli algoritmi, gli istinti e la cultura.

Qualche settimana fa, Stefano Mauri, presidente del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, ha affermato: “Credo che dovremo essere pronti al nuovo, ma che nessun file avrà mai il carisma di un libro”. Questa convinzione, per alcuni una paura del nuovo, alla lunga non rischia di minacciare la sopravvivenza degli editori tradizionali?

Come raccontava Vespasiano da Bisticci, copista e libraio del XV secolo, il Duca Federico da Montefeltro “stabilì di dare a ciascun autore (nella sua vasta biblioteca) un finale degno rilegando il loro lavoro in scarlatto e argento. Dopo aver ricoperto la Bibbia con broccato d’oro, rilegò appunto in scarlatto e argento i sapienti e i filosofi greci e latini, le storie, i libri sulla medicina e i dottori moderni, ottenendo una vista magnifica e ricca. In questa biblioteca tutti i libri sono straordinariamente belli, e scritti a penna: se ci fosse stato un volume pubblicato a stampa, si sarebbe vergognato di stare in tale compagnia. La frase di Mauri mi ricorda ciò che Walter Benjamin definisce “aura” e la sua opinione a proposito della perdita di carisma dell’arte, avvenuta molto tempo fa. Come Benjamin inoltre fa notare, l’Angelus Novus ha le spalle rivolte al futuro e guarda fisso il caos. Certamente può essere spiacevole, ma è sempre stato così. Analizzando più da vicino, Mauri parla per se stesso: per lui, un file digitale non avrà mai il carisma di un libro cartaceo. Ma è molto pericoloso generalizzare in maniera troppo ampia le abitudini di una sola persona.

Mauri ha affermato inoltre che è sbagliato “contrapporre i grandi ai piccoli editori in maniera ideologica: in questi ultimi venti anni in Italia è aumentato il pluralismo e la virtuosa concorrenza tra le case editrici indipendenti ne ha garantito l’esistenza e la sopravvivenza”. In base alla tua esperienza diretta, qual è la situazione dell’editoria indipendente italiana?

Oh Dio, sono tremendamente impressionato dall’ecosistema dell’editoria italiana indipendente! Minimumfax è la prima che ho incontrato ed è stato come guardarmi allo specchio, con un po’ di barba (quella di Marco Cassini, nota mia) e il catalogo di Raymond Carver in più. Dunque, ancora meglio! Con il passare degli anni, sono arrivato a conoscere piccoli editori più vecchi come e/o, nuovi provocatori come ISBN insieme alla loro ex casa madre Il Saggiatore, ragazzi più piccoli come Quarup: davvero un panorama estremamente diverso e, sì, pluralista. Per quanto sarà duro per operatori piccoli sviluppare algoritmi, la maggior parte delle cose interessanti e importanti nell’editoria non avrà a che fare con le economie di scala e ciò consentirà al pluralismo di continuare a crescere.

1. continua

I post collegati: Introduzione | Seconda parte

commenti
  1. […] If Book Then, segnalo volentieri l’intervista in due parti che Carlo Annese nel suo bel blog L’età del vetro fa a Richard Nash, uno degli ospiti alla kermesse di Milano. Nash è uno dei più […]

  2. […] di Richard Nash, James Bridle (per approfondire i personaggi, due belle interviste di Carlo Annese qui a Nash e qui a Bridle) Peter Collingridge e infine Chris Meade. Buona […]

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