Giornali vecchi dentro abiti tecnologici

Pubblicato: 16 gennaio 2011 in Branson, Editoria, Giornalismo, iPad, Murdoch

Wallace and Groomit con i pantaloni techno, da Wallace and Groomit Wiki

I ritardi nel lancio del Daily di Murdoch e nell’uscita del secondo numero del Project di Branson mi pare dimostrino le difficoltà che anche strutture (e investimenti) imponenti stanno incontrando nel creare prodotti editoriali completamente nuovi pensati ad hoc per iPad. Da quello che si legge e si ascolta in giro, ho l’impressione che i problemi principali siano un paio:

  • azzerare l’organizzazione del lavoro tipica di una redazione di un giornale cartaceo o di un sito web e immaginarne una diversa che, tra l’altro, preveda l’ingresso di figure finora inesistenti (designer e sviluppatori) con funzioni di portata simile a quella dei giornalisti;
  • trovare l’equilibrio tra testo e multimedialità, il che richiede un ripensamento del modo di costruire un servizio giornalistico.

Il secondo, soprattutto, quello dei contenuti mi sembra il problema-chiave, che non si può pensare di risolvere semplicemente con la disponibilità di device sempre più avanzati da un punto di vista tecnologico o con un po’ di creatività a fini di marketing. Nel primo caso non si fa altro che, come scrive Andrew Walkingshaw ispirando la foto a corredo di questo post, mettere un giornale cartaceo dentro “pantaloni techno”. A proposito del secondo, qua e là ho trovato soluzioni fantasiose come quelle contenute in alcuni commenti a questo post:

  • Why not reward readers? If I actually read 5 articles in the past 2 issues, I get a significative discout for the next one, etc. If I share on Facebook/Twitter an article optionally append that I’ve read 34% of it, let readers brag. As opposed to have the magazines on sight on my coffee table, on iPad they are “lost” among other apps; I would love a push notification 1 week after (maybe delivered before weekend, or by consulting my iCal schedule to see when I’m not busy) to tell me that I read 35% of article X and I bookmarked it but I haven’t come back to finish it … finish it by next week, and get Y points.
  • We need to start thinking about long-form journalism the way we do about music- the future is all singles.  No one wants to buy your crappy 12-track album unless you’re the Beatles or Jay-Z.  And no one wants to download your crappy 1GB magazine unless you’re the New Yorker or Wired- and probably not even then.  They might be willing to download one article, though.  They probably won’t pay for it, though.
Potranno anche essere idee efficaci, ma non vanno al cuore della questione: i contenuti. Ne parlavo qualche giorno fa con l’ex direttore di un quotidiano il quale, ammettendo che quello dei giornali cartacei è un modello di business prossimo alla morte, riconosceva anche che costruire una nuova formula di informazione – con contenuti originali propri, non dipendenti dal diluvio di Internet e dalla tendenza sempre più diffusa al traduco-copio-e-incollo – richiederebbe un cambiamento di abitudini e di mentalità troppo radicale perché si realizzi in tempi brevi.
Prima ancora di accendere le luci della vetrina, insomma, serve riempire gli scaffali del negozio con prodotti che piacciano e che valgano la spesa. Scrive ancora Walkingshaw, a proposito della decisione, non proprio di successo, del Times di mettere in vendita i propri contenuti (l’evidenziatura è mia):

The Times doesn’t have a form problem: it has a content problemThe Times isn’t politically distinctive, it doesn’t have an instructive, characteristic worldview, and it definitely doesn’t have high-value exclusive information I can act on. Its sports and entertainment coverage aren’t typically as in-depth or compelling as the specialists. The Times’ proposition is a convenient and entertaining package of basic information on politics, economics, news and sport. You can get that almost anywhere for free. Therefore, The Times, alongside most other newspapers, is competing on style, not relevance or substance.
If I care enough about your content, you can give it to me on stone tablets in cuneiform and I’ll find a way to use it. If I care a bit, I’ll go where it’s the right combination of easy, affordable and reliable.

E’ quello che il Financial Times fa da tempo – offrire contenuti di qualità, necessari per chi deve fare affari e proprio per questo attendibili, inattaccabili – e ora con risultati brillanti anche in termini di diffusione:

  • gli abbonati alla versione digitale nel 2010 sono saliti a 206.892, con aumento del 71% rispetto al 2009;
  • gli abbonati alla versione cartacea sono 390.121 e tra i numeri della versione digitale non sono stati calcolati gli abbonati alla carta che hanno accesso alla versione digitale;
  • la app per iPad è stata scaricata 430.000 volte tra aprile e ottobre del 2010, contribuendo con un 10% all’aumento degli abbonamenti alla versione digitale.
commenti
  1. Andrea Saule scrive:

    Tutto vero Carlo, però non dimentichiamo che il giornale non potrà essere sostituito da un’applicazione (o peggio, da un sito internet) se riuscirà a dare ai lettori quello che i lettori vogliono, ovvero le chiavi di lettura. Io penso che il 99% del popolo internet conosce quello che succede nel mondo ma si fa prendere la mano da notizie che non lo sono proprio perché non riescono ad avere la chiave di lettura che solo un giornalista (e non un blogger) può dare. In questo senso mi piacerebbe si muovessero i giornali x tablet (che io non ho, troppo cari per le mie tasche di precario). Ormai le Ansa girano su facebook e così le opinioni di parte; a me piacerebbe, da lettore, che qualcuno mi spiegasse il perché delle cose, visto che il chi, il cosa, il dove e il quando lo trovo su internet gratis. Questo al di là di come sia l’abito.

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